Pierluigio giorgio e Indiano
di Pierluigi Giorgio
Birgil Kills Straight, Nativo americano e uno dei leader più rappresentativi dei Lakota Sioux, della Riserva di Pine Ridge nel Sud Dakota, cammina ora leggero nelle ampie verdi preterie del cielo dopo aver attraversato le piste del mondo per tenere conferenze e incontri sulla vita, la cultura, le tradizioni, gli obiettivi del governo tradizionale sioux. Ora che è scomparso da una manciata di giorni, credo che il suo messaggio per noi più attuale (oltre la condizione indiana ancora una volta tartassata dalla linea di Trump -come le deleterie decisioni sulla natura-), sia quello della impellente necessità della salvaguardia della natura, totalmente in linea con la filosofia di vita e la spriritualità dei Nativi (come delle piccole, ancestrali etnie). Birgil dedicò particolare attenzione all’ecologia, promuovendo iniziative in difesa dell’ambiente e dando particolare rilievo, nelle sue conferenze, al concetto di “Madre Terra” e a quel nesso che oggi più che mai si deve tornare a stabilire nel mondo, tra uomo e natura. Pena, il “non ritorno”!... 
Birgil Kills Straight mi fu presentato dall’amico Giorgio Salvatori, valente giornalista del TG2, che aveva conosciuto il Lakota in occasione di una lunga cavalcata invernale di una settimana tra i geli della prateria, in memoria del massacro del 1890 di Wounded Knee perpetrato ad opera dei Bianchi nei confronti di gente inerme, indifesa, ammalata, affaticata, vecchi, donne, bambini… Salvatori girò per la Rai un bellissimo documentario “Si-Tanka Wokiksuje: Il Cerchio Sacro dei Sioux” con conseguente uscita di un libro e intervistò Birgil, da cui estrapolerò alcuni tratti altamente significativi. Ebbi modo in seguito d’incontrare Kills Straigt a Roma e in ivitarlo a cena a casa mia e poi in Nord America e mi ricordai di lui nel 2008 con la creazione della prima edizione a Jelsi del “Premio Internazionale “La Traglia - Etnie e Comunità” in occasione della Festa del Grano del 26 luglio. Premiare Birgil era voler dare all’istante un segnale forte ed una connotazione ben precisa alla manifestazione e alle sue valenze: “ per la rivalutazione e cura di una tradizione, del suo ambiente, della tutela dei diritti umani e dell’identità culturale e religiosa delle piccole comunità ed etnie “altre”. Birgil e due indiani danzatori, Erik Pipestem e Kendall Old Elk, accettarono di buon grado e fu inaugurato in piazza un Albero della Pace che Birgil benedisse intonando una preghiera lakota in forma di canto: “Grande Mistero, Spiriti dell’Est, del Sud, dell’Ovest e del Nord, la vostra Voce odo nei Venti. Il vostro Respiro dia vita a tutte le cose. Ascoltami! Io sono una creatura minuscola e debole. Ho bisogno della tua Forza e della tua Saggezza: dà vita e forza a quest’Albero della Pace e pace a questo popolo e ai popoli della terra. Falli camminare nella Bellezza. Dà loro l’umiltà necessaria per imparare i messaggi affidati ai Venti, alle Foglie, alle Rocce. Quando la vita come luce del tramonto svanirà, fa che il lo spirito possa volare verso di Te, senza ombre, né vergogna….”. Torniamo all’intervista di Salvatori e alle risposte di Birgil: “Noi indiani, possiamo essere oggi un esempio e una linea di vita, sviluppando nuove forme di sopravvivenza nella natura, coltivando in modo biologico, in armonia con la Madre Terra, tornando ad avere cose genuine, naturali, che aiutino ad evitare malattie, tornando ad usare alimenti giusti. L’utilizzazione delle risorse deve essere effettuato senza sperperi e inquinamento: acqua, terra e aria non possono essere contaminate senza ferire Madre Terra. Abbiamo bisogno di poco per vivere……. Dobbiamo comprendere di essere i custodi della terra, non i proprietari: nessuno possiede la terra ma è vero il contrario. Crediamo in sette leggi fondamentali: la generosità, la pietà, la tolleranza, il coraggio, l’umiltà, la saggezza! Questo è il messaggio che vorremmo condividere con i Bianchi e finalmente in pace, nonostante i massacri del passato e l’intolleranza odierna che non accenna a spegnersi: “Noi abbiamo pregato e ricordato i nostri morti: Ora pensiamo al futuro…”.
Vittorio Savini, in merito agli Indiani d’America scriveva: “Quando un sogno muore, non è sconfitto chi sognava, ma chi ha ucciso quel sogno: è il sogno di una vita diversa, che non è il rifiuto del frigorifero o della penicillina, ma di quel modo di pensare che non ci fa mai sentire parte di qualcosa, che ci fa agire senza la dignità e l’orgoglio, perché si tratta di due impicci lungo la strarda della carriera e del denaro…” 
Sono partito da un Indiano e mi piace concludere con il pensiero di un Indiano (Sun Bear): “ Abbiamo dimenticato come si ascoltano le storie e i canti che portano con sé i venti. Abbiamo dimenticato come si ascolta la saggezza dei sassi che stanno al loro posto su questa terra dall’inizio dei tempi. Abbiamo dimenticato quanto l’acqua possa rinfrescarci e rinnovarci. Abbiamo dimenticato come si ascoltano le piante che ci dicevano quali fra esse erano buone per il nostro benessere. Abbiamo perso la capacità doi osservare spiando gli animali che ci davano il loro sapere e offrivano il loro amore dando se stessi come cibo. Ci siamo chiusi a queste relazioni, eppure ci chiediamo perché così spesso ci prende la noia e la solitudine.”