PARROCCHIASANDREA

LETTERA PASTORALE SUL NATALE: I significati antropologici e teologici del presepio e dell’albero di NATALE per celebrare la bellezza del Dio con noi. La mangiatoria, la madia, l’altare per nutrirci del Pane di vita ed essere, alla scuola di Betlemme, pane fragrante spezzato per i fratelli.

Graduale è la gioia, sollecito il passo che conduce al Natale, atteso dai piccoli e dai grandi, per celebrare il mistero della “Luce delle genti” che bussa ad ogni cuore e alle porte di ogni casa, perché sia una piccola Betlemme dove si accolga e si festeggi il dono della vita. Vita umile e gioiosa, semplice e radiosa, essenziale e sovrabbondante, delicata e forte, lieve e profonda, povera e affasciante insieme di chi viene a noi nella gratuità e non ci lascia mai. Doni, canti, luci, preghiere, tanti i preparativi che coniugano e fondono, insieme, antropologia e teologia del Natale. E il fascino della “Luce delle genti” si rinnova, scalda il cuore, illumina le menti e orienta per il giusto cammino soprattutto nella precarietà delle famiglie e nelle nuove povertà dell’oggi. Nel Natale ogni persona è chiamata a scoprire con stupore la bellezza dell’incontro, la semplicità della vita, la preziosità di una presenza eterna che abita il tempo e chiede di amarti. Presenza che se si fa incontro e porta alla vera festa di scoprirsi tutti figli amati da Dio, in Gesù. Festa della verità dei figli di Dio, della sua benevolenza, dell’essere amati da e per sempre, della fraternità, della libertà ritrovata, della luce che fuga l’insidia delle tenebre. “Una stella spunta da Giacobbe e uno scettro sorge da Israele” ricorda il libro dei Numeri. La stella chiede di essere la tua forza e la tua guida, per non rosicchiare o trascinare la vita ma per librarsi e viverla in pienezza, puntando con coraggio al fascino delle alte vette. E lo scettro dice un Re speciale, di pace e di amore, di verità che anima la libertà; un Re che si propone e non s’impone, un Re la cui regalità è amare e servire fino in fondo. “Colui che il cielo e i cieli dei cieli non contengono, si lascia contenere da una piccola angusta mangiatoia, per dare a noi l’ampiezza delle sedi celesti. E fu in virtù di un grande mistero che scelse di stare dopo la nascita in una mangiatoia, dove sono soliti venire a mangiare gli animali. Infatti così già allora fece capire che avrebbe nutrito con il mistero della sua incarnazione, sulla santa mensa dell’altare, tutti i fedeli” (Il Venerabile Beda, Omelie sul Vangelo). L’evento della nascita di Gesù, caro alla tradizione francescana, segna la nostra storia e cultura cristiana e si fa ponte di pace per tutti i popoli. Si riapre la porta della speranza e si rafforza la cultura dell’inclusione, dell’accoglienza e del dialogo. Scuola di vita per accogliere “Cristo prima di tutto e l’altro prima di me”. E soprattutto il presepio si fa luogo di valori; si fa luogo della vita, della semplicità, dell’essenzialità e della tenerezza del Dio Bambino. “E’ il mio pensiero rievocare al vivo la memoria di quel bambino celeste che è nato laggiù in Betlemme, e suscitare davanti allo sguardo del popolo e al mio cuore gli incomodi delle sue infantili necessità, vederlo proprio giacere su poca paglia, reclinato in un presepio, riscaldato dal fiato di un bue e di un asinello” (San Francesco in Tommaso da Celano, Vita prima di San Francesco). Ed ecco le due grandi rappresentazioni dell’umile presepio e dell’albero imponente che concretamente dicono la nascita di Gesù, Salvatore del mondo. Due rappresentazioni che intrecciano religione e tradizione; che interpellano e fondono insieme teologia e fede. Sono gli evangelisti Luca e Matteo a descriverci per la prima volta la “sacra rappresentazione” che poi vediamo realizzata nella piccola Greccio, dal Poverello d’Assisi rientrato dalla Terra Santa, esattamente, nell’anno 1223 in uno scenario naturale e con personaggi reali, tutti coinvolti nella rappresentazione del sacro evento. Nel tempo e nei diversi luoghi le rappresentazioni presepiali sono andate sempre più elaborandosi, dando spazio alla creatività e al gusto degli artisti che raggiunge la bizzarria nei presepi di S. Gregorio Armeno (Napoli). La rappresentazione natalizia, che nel tempo prenderà il nome latino di “praesepium”, ovvero “mangiatoia”, per toccare il mistero dell’Incarnazione e nella dolce umanità scoprire la divinità di Gesù e contemplare la verginità di Maria. “Il bue conosce il suo padrone; e l’asino la mangiatoia del suo Signore” (Isaia 1,3). Mangiatoia con la forma antica di madia che attende la pasta lievitata e accoglie il pane fragrante. Ed ecco Betlemme, in ebraico “casa del pane” che si fa dono, con la mangiatoia che accoglie l’Incarnazione del Figlio di Dio. Incarnazione che rimanda all’altare, mensa d’amore, con l’Eucarestia che nutre come Pane di Vita. Pane genuino, di un amore gratuito, che sazia e sostiene nel cammino. Pane non commerciale che si fa cibo universale e sintesi di tutti i valori essenziali che nutrono l’esistenza. Pane accolto e a sua volta donato che segna e testimonia il cammino della civiltà umana. Nel Molise, come altrove, il presepe ancora oggi ha nelle abitazioni la sua collocazione centrale. Attorno ad esso si curano le preghiere, le novene, i concerti e le pastorali con le zampogne del Matese che girando, in diversi paesi, portano l’annuncio gioioso del “Signore che viene a salvarci” e preparano il clima del Natale. Davanti alla greppia i piccoli mettono le lettere per il Bambino Gesù o scrivono poesie, riflessioni e preghiere. Nella nostra regione diverse sono le tradizioni legate al presepe: sia musicali con pastorali, stornelli, recite, canti popolari, filastrocche e le antiche pastorali di Agnone, soprattutto dell’alto Molise; sia culinarie con dolci vari e con pietanze tipicamente di origine contadina. Forte e sentita in molti paesi delle due province è la rappresentazione del presepe vivente che puntualmente si rinnova, segno di identità, di fede, di dialogo intergenerazionale e di comune impegno che fonde cultura e spiritualità. Si parte con quello suggestivo di S. Polo Matese il 26/12, seguito da Jelsi il 25 e 26/12, da Gambatesa il 28/12, da Gildone il 25/12 e 6/1, da Riccia il 3 e 4/1. Alla ricostruzione storica della nascita si unisce spesso l’albero di Natale. Al simbolismo del presepio, precisamente, si affianca quello dell’abete, pianta sempre verde, pianta immortale, simbolo dell’eternità, che svettando collega la terra al cielo. San Giovanni Paolo II nel 1982 per la prima volta fece allestire l’abete natalizio in piazza S. Pietro a Roma. Egli auspicava che per le feste della Natività del Signore fossero presenti ambedue i simboli, e che quindi il presepe, insieme all’albero, diventasse il centro delle aule scolastiche e il cuore delle famiglie. Significative le parole di papa Francesco: “Anche oggi, Gesù continua a dissipare le tenebre dell’errore e del peccato, per recare all’umanità la luce della sfolgorante luce divina, di cui l’albero natalizio è segno e richiamo” (13.12.2014). Singolare l’albero di Natale a Jelsi con, ai piedi, la scena della Natività dedicata alla memoria del giovane Marco Panzera e il tipico presepe campestre dinanzi al Municipio o gli alberi realizzati dagli artisti locali in paglia e grano. Luci, ceppi, fiocchi rossi ecc. che dicono la festa. Infatti afferma l’attuale pontefice: “Il Natale di Gesù è la festa della fiducia e della speranza, che supera l’incertezza e il pessimismo. La ragione della nostra speranza è che Dio è con noi. Egli viene ad abitare con gli uomini, sceglie la terra come sua dimora per stare insieme all’uomo e farsi trovare là dove l’uomo trascorre i suoi giorni nella gioia e nel dolore”. Ecco la bellezza e il mistero fascinoso del Natale. Ecco la grandezza di Dio con noi, in Gesù, da sempre e per sempre. Ecco la dolcezza del sentirsi amati, e, insieme, il motivo e la fonte della vera gioia. “Mettiamo le nostre mani nelle mani del Bambino divino, pronunciamo il nostro si, in risposta al suo seguimi, e allora saremo cosa sua e la sua vita divina potrà traboccare liberamente in noi” (Edith Stein, Il mistero del Natale). Natale è un viaggio nella sensibilità della vita, un viaggio per cogliere significati antropologici e teologici dell’unico mistero, di salvezza e di redenzione, che illumina ogni cultura e insieme cadenza il passo della storia e come straordinaria avventura avvicina Oriente e Occidente. Il mistero accompagna gli avvenimenti reali e interroga tutti. E’ Cristo la luce, il fuoco, l’identità. E tu regala l’esperienza dello stupore per vincere la paura dell’altro e vivere la profezia dell’incontro! Auguri.                                                                                          Il Parroco: don Peppino Cardegna

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