Pierluigi Giorgio, noto artista molisano con esperienze lavorative nel Mondo racconta il rapporto conflittuale che c'è tra i molisani e gli artisti sempre molisani che sono costretti ad emigrare per vedersi apprezzati.

 

“... E prima che l’inverno ci sorprenda, questo smarrito amante senza mondo ripasserà l’Atlantico profondo per distendersi sotto la tua tenda. Su quest’amore han malignato a fondo i senza cuore scarsi di leggenda, imbavagliati dentro una tregenda d’ignoranza sapiente, a tutto tondo. Questo smarrito amante ha ben pagato la sua fede: desiderio e pienezza, un manoscritto sempre arato sia nel tormento della fanciullezza, che nella quieta questua d’un alato riavere il perso, l’amata carezza….” E’ “Amore di terra lontana”, una prosa che Giose Rimanelli volle benevolmente dedicarmi quando nel ‘98 decisi di mettere in scena lo spettacolo “L’Arcangelo e il ragazzo” assemblando i suoi testi, ripreso poi l’anno scorso con il nome “Giose&Giose”. In questo testo c’è tutta l’amarezza, la disillusione di un valido figlio di questa terra che si è fatto un nome ampiamente riconosciuto altrove, che ha portato sempre con sé il Molise nel cuore e sulle spalle come il guscio di una chiocciola, citandolo in svariate occasioni, pur non avvertendo nel tempo -salvo illuminati casi- quell’affetto, quella riconoscenza che meritava da parte dei suoi conterranei: “Inevitabilmente, purtroppo, come pare sia universale costume, chiunque in grado di elevarsi dall’anonimo -creando qualcosa di degno, rappresentando e rappresentandosi- presto è vittima di sciacalli: i denigratori, i calunniatori, gl’invidiosi, i maldicenti, i mascalzoni che azzannano alle spalle”…
Una settimana ed è ancora viva, in questi giorni, l’emozione -vera o alquanto postuma- della scomparsa di Fred Bongusto, apprezzato ed amato cantautore notissimo in Italia e all’estero, che come Rimanelli non perse mai occasione per ricordare agli interlocutori l’origine molisana… Come Giose respirò quell’aria di ignoranza, disaffezione, invidia, maldicenza, snobismo e supponenza provinciali che hanno sempre più diradato le sue sortite tra noi e lo portarono a scrivere, tra nostalgia e amarezza “ Molis, puozz’ esse’ accis” come “Campobasso e il Gabbiano” ove si evince il non semplice, idilliaco rapporto con la terra d’origine, in lotta perenne con il richiamo pressante: “Voglio ritornare a Campobasso… prendo l’autostrada del passato… Ora vivo al centro di Milano, una casa al sesto piano che più alto non si può… Sembra un bugia ma vedo il mare, di lassù si può volare… come un gabbiano…”
Tornò a Campobasso, acquistò una casa nelle campagne di Vinchiaturo dove probabilmente pensava di viverci gli ultimi giorni felici affrancato dal conflitto interiore; per poi rivenderla; per poi dichiarare bonariamente nell’ultima intervista delle incomprensioni nel passato fra gente che credeva amica; delle tre o quattro persone sincere con le quali aveva mantenuto i rapporti (Benito Faraone, Ludovico Socci tra questi, compagno d’infanzia e suo primo manager) e della grande nostalgia, del desiderio di un caffè nella sua città…
Credo che mai nessuno che non si è spostato, ami -come gente così- la propria terra di un affetto viscerale e pulito (la voce del cuore si riconosce per chi sa sentire!); sentimento spesso equivocato dalla sciocca prevenzione dei conterranei. Artisti con l’impulso di raccontarla, di farla conoscere agli altri che non sono di qui, di dire: “Esiste il Molise ed ora ve lo narro!”. Personalmente, io che racconto -dagli anni ’70 e da professionista- questa terra in tutti i modi ed i mezzi possibili a me congeniali e che -debitamente installato su una collina- ci sono tornato per scelta e per bisogno dell’anima, son portato a credere che siano i Molisani -la maggior parte di loro- che non lo fanno esistere per lassismo, preconcetto, bradipismo mentale! E chi è preposto per compito istituzionale, spesso generalmente “lassa u’ munn’ cumm’ z’ trova” perché così fa comodo alla poltrona…
In questi giorni e a caldo si sono alzate voci a favore di un riconoscimento fattivo nei riguardi di Fred: alcune realistiche, alcune improprie: dal cambio del nome del Teatro Savoia (idea dell’architetto Franco Valente, il primo a proporre) a quello dell’Ex Gil, all’intestazione di una via, addirittura una statua (sede, come disse qualcuno, per “ricordini ornitologici”). E il Festival del Bongusto ad opera di Tiziano Carozza e in totale accordo con i parenti di Fred: l’unico tra difficoltà oggettive, ad onorarlo per tre anni al Teatro Savoia… Anche in questo caso si sono sollevati rumoreggiamenti, opinioni infondate e diatribe (altra peculiarità della Provincia) a volte disfattiste, improprie come ad esempio la voce -diciamo così- di un giornalista che si nasconde dietro uno pseudonimo e che per distinguersi ha voluto essere esternazione fuori del coro -diciamo così- attaccando (e senza proporre alternative) in qualità di “periferico strillone della notizia” e privo di qualsiasi etica, la libertà di pensiero altrui con epiteti degrinatori o ironiche insofferenze poco degne di un divulgatore televisivo o della carta stampata. Chissà, forse una delle ragioni della sconfitta ultima dei Sanniti, fu proprio la mancanza di contatto o il disaccordo tra “tribù e tribù” e quando corsero ai ripari era ormai drammaticamente troppo tardi: qualcosa di questa eredità genetica è indubbiamente rimasta nelle pingui corporature nostrane!... Naturalmente lo affermo senza alcun fondamento storico ma in qualità di umile “capomastro della narrazione”, come ebbe a dire uno!
Tornando alle proposte: so che il Comune di Campobasso con oculatezza, sta valutando fra idee e suggerimenti, cosa dedicare a Bongusto. Il mio modesto parere è indirizzato ad una struttura artistica polifunzionale a suo nome, più in linea con la vita, l’opera, l’impegno del nostro illustre concittadino piuttosto, invece di proposte dal sapore “ottocentesco”. Sento che si debba dar fiducia al sindaco Roberto Gravina e alla sua Amministrazione. L’unico in verità -insieme all’assessore comunale alla Cultura- ad essere presente in veste istituzionale con striscia e gonfalone (e non a parte con chitarra e stornelli) a Roma ai funerali.
Mi piace terminare con le parole di una canzone di Fred dedicato ad una donna. In questo caso come non mai, sento sia stata sempre la sua amata: la sua regione…
“Che strano amore, questo amore tuo fatto un po' di niente e un po' di me… Lo trovo sciocco senza fantasia, non era certo questa la mia idea… Però lo vivo in ogni mio respiro e respirando vivi dentro me: è come camminare sopra il vetro, ma io non torno indietro senza te… Scusa, se t'amo ancora come il primo giorno, se come dici tu non è moderno, se non ho mai pensato di lasciarti…
Scusa, se faccio esperimenti per odiarti, se a me non m'interessano le altre, se preferisco una partita a carte… Scusa, se tutto quel che ho non è abbastanza, se non mi calma questa lontananza, se non so liberarmi più di te… Scusa, scusami, se non so amarti meglio di così… Scusa, se non son diventato ancora grande, se ho fatto della musica un'amante, se prima scappo poi vengo a cercarti… Scusa, se sei finita dentro una canzone, se il cuore è stato sempre il mio padrone, se non so liberarmi più di te… Scusa, scusami, se non so amarti meno di così… Io non so amarti meno di così….”

 

 

pierluigi giorgio cr